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Povero ciclismo, che perde i pezzi per strada. Adesso è la volta di Micheal Rasmussen, maglia gialla non gradita da tutta la Francia e dal grande baraccone del ciclismo che, come Cimabue, fa una cosa e ne sbaglia due. La colpa di Rasmussen, che ieri ha stravinto anche l'ultima tappa pirenaica, è di non essere presentabile. Troppo sospettato, troppo compromesso. Non ci sono prove che si sia dopato come ha fatto Vinokourov, e Christian Moreni ieri, ma Rasmussen in giugno, ben prima della partenza del Tour, è sfuggito a un controllo, e tanto basta in questo sport di autoflagellanti che, nonostante tutto, non smette mai di sbattere la testa contro i suoi vizi.
Già ripudiato dalla nazionale danese, che non ama questo corridore dalle gambe sottili che vive a Lazise sul Lago di Garda con una ragazza messicana, Rasmussen ora è stato scacciato dal Tour. Fino a ieri la Rabobank, la sua squadra olandese, lo aveva difeso in modo compatto. Perfino un avvocato rispondeva per lui nelle imbarazzanti conferenze stampe cui Rasmussen, come un ostaggio in mano ai talebani, si presentava a capo chino. Parliamo della corsa, diceva, ben sapendo che sarebbe stato impallinato come un pollo, nomignolo che si porta appresso per la sua magrezza e per il suo profilo grifagno.
Ma alla fine la pressione è stata troppo forte. E non solo per le antipatie evidenti dell'entourage del Tour e dei boss dell'Unione ciclistica. A far saltare il tappo, è stata anche una testimonianza, casuale e all'apparenza innocua, di Davide Cassani, il commentatore della Rai. Di ritorno dal Passo Giau, il 14 giugno Cassani aveva incontrato Rasmussen che si allenava sotto la pioggia. I due si erano salutati. Mi sono allenato sulla Marmolada, aveva detto il danese con una faccia per nulla contenta per l'inatteso incontro. Per forza. Per sfuggire ai famosi controlli, che gli sono costati la squalifica dalla nazionale, il danese aveva detto di aver passato due settimane in Messico. In realtà, era sulla Marmolada, e quindi la sua irreperibilità non era giustificabile. Una bugia che ha fatto cadere tutto il castello di carte cui Rasmussen si era disperatamente aggrappato. La sua squadra, che già nutriva parecchie riserve sul suo pupillo, lo ha quindi scaricato. E lo ha scaricato proprio nel suo giorno più bello, cioè quando ormai il danese aveva vinto il Tour stracciando gli avversari nella tappa dell'Aubisque, ultima frazione dei Pirenei prima della cronometro di sabato. Con tre minuti di vantaggio su Contador, che nell'ultima salita aveva beccato altri 35 secondi, Rasmussen aveva chiuso la partita. Troppo forte, troppo superiore.
Invece, addio Tour e addio maglia gialla. Resta da dire che il danese non è stato trovato positivo a nessun controllo. E che quindi se ne va non per doping conclamato ma solo per una lieve trasgressione al protocollo. Come si dice spesso per il governo: un difetto di comunicazione. Solo che Prodi è sempre in sella, mentre Rasmussen, con i suoi 33 anni e 58 chili, ormai viaggia come un appestato verso la fine della sua carriera. Al suo posto, in cima al Tour, lo spagnolo Contador. Giovane e bravo, peccato che su di lui, sempre per questioni di doping, pesi un passato non proprio trasparente.
In precedenza, per la serie non c'è limite al peggio, un altro pesce, molto più piccolo, era finito nella rete dei controlli. Un pesce italiano, uno dei pochissimi a questo Tour. È Christian Moreni, già maglia rosa al Giro d'Italia 2000 e campione italiano nel 2004, risultato positivo per testosterone esogeno, ovvero non prodotto dall'organismo, dopo essere stato sorteggiato per un test alla fine dell'11ª tappa, da Marsiglia a Montpellier. La cosa divertente, per non piangere, è che il mantovano era 52esimo con oltre un'ora e mezzo di distacco dalla maglia gialla. Tralasciamo ogni commento, ma era proprio necessario drogarsi?
Insomma, quello del ciclismo, è un calvario che, giorno dopo giorno, si arricchisce di nuove stazioni. Perfino le televisioni tedesche, come ricordate, hanno oscurato gli schermi per non dargli visibilità. Il ciclismo, seppure maldestramente, lava però i suoi panni sporchi in pubblico. Gli altri sport, invece, in un silenzio inquietante, lo fanno nella lavatrice di famiglia.
fonte: Il Sole 24 Ore
Doveva essere il Tour de France della rinascita, dopo la disastrosa annata 2006, quando il vincitore finale (Floyd Landis) venne trovato positivo al testosterone e, ancora oggi, il podio di quell'edizione non è ancora stato definito perché la vicenda è ancora aperta, nelle aule dei tribunali.
Mai come quest'anno ci sono stati controlli serrati ai corridori, soprattutto prima del Tour. Controlli a sorpresa, applicazione ferrea del cosiddetto "Codice etico", una forte presa di distanze dal passato, per poter partire con uno sport finalmente diverso e meno avvolto dalle ombre del fenomeno doping.
Ma tutte queste belle intenzioni sono andate a farsi friggere con lo svolgimento della corsa a tappe più famosa e prestigiosa al mondo.
I primi scricchiolii arrivarono con la positività del ciclista della T-Mobile, Patrick Sinkewitz, non negativo al testosterone. A seguito di questa vicenda, la tv tedesca fa le valigie e toglie il distubo; d'altronde l'aveva annunciato, non avrebbe dato voce ad uno sport non pulito e sono stati di parola.
La prima vera, importante scossa è arrivata con la notizia della positività del kazako Alexandre Vinokourov, accusato di eterotrasfusione di sangue poco prima della cronometro, tra l'altro vinta dallo stesso kazako. E quella vittoria fece particolamente sobbalzare gli appassionati di ciclismo, perché a causa di una caduta, Vinokourov aveva profondi tagli sulle ginocchia e soprattutto un ginocchio era veramente conciato male e gli dava certamente grandi dolori. Vinokourov, per la sua vicenda sportiva sfortunata e per la sua voglia di non mollare, aveva attirato su di sè le simpatie del popolo francese e, in generale, degli appassionati di questo sport. Simpatia, però, tradita miseramente...
Come se non bastasse quello scandalo, ora ne arriva uno ancora più imponente e risonante a livello mediatico. La maglia gialla, Michael Rasmussen (nella foto lo vedete vincitore sull'arrivo dell'ultima tappa), si ritira (o forse è meglio dire che viene costretto al ritiro da parte della sua squadra, la Rabobank), perché nel corso del mese di giugno avrebbe mentito sulla dimora durante quel mese, rendendo così impossibile i controlli a sorpresa. Non vorrei sbagliarmi, ma credo che proprio da quest'anno i corridori debbano comunicare all'UCI i propri spostamenti proprio per garantire la reperibilità effettiva per controlli antidoping. Sostanzialmente, Rasmussen è "sparito" per un mesetto, sostenendo di essere in un luogo mentre nella realtà era in un altro.
Va precisato, comunque, che il ciclista danese è stato sottoposto a diversi controlli antidoping sangue e urine durante la corsa e non è mai stato trovato positivo. Quindi, non può essere accusato di doping, bensì si possono semplicemente muovere sospetti su di lui, dato che se non avesse avuto nulla da nascondere, perché ha volutamente fatto perdere le proprie tracce nel mese antecedente la Grand Boucle?
Per concludere, dulcis in fundo, nella giornata di ieri è stato reso noto il nome dell'altro ciclista trovato positivo alle analisi e, purtroppo, si tratta di un italiano, ovvero Cristian Moreni, trovato positivo al famigerato testosterone, ormai di moda tra i ciclisti probabilmente. Si tratta di un ex campione italiano che ha addirittura vestito la maglia rosa qualche anno fa. La cosa "buffa" è che lo stesso Moreni, con la sua squadra (la Cofidis) ed insieme ad altri team, si erano resi protagonisti di un sit-in di protesta contro, se non ricordo male, il fatto che altre squadre non avesse sottoscritto appieno il codice etico o avessero atleti coinvolti più o meno direttamente in scandali del doping. A seguito della positività, ammessa dal ciclista mantovano, la squadra francese ha deciso di abbandonare in blocco la corsa. Se dovesse continuare così, non oso immaginare quanti atleti giungeranno al traguardo finale di Parigi...
Che altro aggiungere? Certamente il ciclismo è lo sport che più di tutti sta facendo sforzi per la lotta al fenomeno doping, non vi sono dubbi in merito. Un sistema antidoping di questo tipo applicato a qualsiasi altro sport darebbe risultato sconvolgenti, a mio modesto parere. Questo è, quindi, un punto a favore del ciclismo, ma che indirettamente gli si ritorce contro, perché l'opinione pubblica è stanca dei continui scandali, le tv vedono sempre meno appetibile questo sport, come anche i grandi sponsor. Alcuni di questi grandi sponsor del ciclismo (ricordo Discovery Channel, tanto per citarne uno) hanno già detto che lasceranno il ciclismo alla fine di questa stagione. Quindi, meno sponsor, meno soldi, meno pubblico. L'unica nota positiva è che la lotta al doping porterà certamente un miglioramento della salute del ciclisti, ma bisogna vedere se non sarà il ciclismo nel suo complesso a morire prima.